Violenza sulle donne: vittima, carnefice e un mucchio di complici

Cerco di non scrivere immediatamente dopo un fatto di cronaca che mi colpisce, perché sono riflessiva, ho bisogno di elaborare. Beh ora l’ho fatto e posso dire che nel titolo c’è un sunto del mio pensiero.

 

Ma facciamo un piccolo passo indietro, ogni persona ha i suoi timori, da donna ce n’è qualcuno in più o semplicemente qualcuno di un po’ diverso, mettiamola così. In genere le mie paure sono volte verso l’ignoto (qualche volta anche verso l’assurdo), quindi cerco di far attenzione a chi mi cammina dietro, a chi mi si affianca in macchina, a non parcheggiare in zone troppo amene quando sono sola, insomma come tanti temo gli sconosciuti.

 

Perché quelli che conosci li conosci sono persone che hai selezionato, sono il meglio di quel che offriva il mercato sentimentale!

 

Ma la cronaca ci dice che spesso i bruti vivono con noi e dicono di amarci.

 

Quando la violenza è compiuta da una persona conosciuta si diramano molteplici strade.

 

  • C’è chi non denuncia per paura, per dipendenza, perché pensa sempre che la violenza sia una caso isolato.
  • C’è chi prima denuncia e poi sceglie di perdonare.
  • C’è chi denuncia ma poi non viene protetto da chi è preposto per farlo.

 

Le cronache mi dicono questo e io mi chiedo, com’è possibile? Come può succedere che una persona denunci in suo aggressore e debba restare lì, sola, in attesa della vendetta di un soggetto che si è giù dimostrato violento? Perché non prendiamo la scorta ai politici (che in altre parti del mondo girano da soli in tram) e non la diamo a chi deve essere protetto? Forse aiutando chi denuncia arriverebbe un segnale anche a chi vorrebbe denunciare ma non trova la forza per farlo.


Novità, almeno per la mia mente semplice, sono quelle che dicono al violento “ti perdono”. Quale tipo di donna vuole firmare una condanna a morte? E non solo per sé ma anche per quelle che verranno, che ignare del soggetto si potranno trovare davanti al mostro. Ho pensato che certe volte la percezione di “felicità” che si ha con qualcuno rende la mente selettiva e isola solo i momenti belli, cancellando tutto il resto. Ho pensato che ci sono persone che pensano di aver fatto “qualcosa di brutto” e che per questo in qulche modo “giustificano” la violenza. Io credo che abbiano bisogno di aiuto (tiro fuori la mia calma zen per dirlo, perché mi fanno incazzare da matti).


Ma torniamo al mio titolo: i complici. Vorrei parlarvi di tutti quelli che vedono e non fanno nulla. Complice è chi permette che una violenza venga perpetuata senza avvisare qualcuno, parlare con gli interessati, provare a salvare una futura vittima. Complice è, chi in una piccola realtà detiene del potere (un vigile, un sindaco) e non allontana, o redime se ritiene ci sia il margine per farlo, i soggetti pericolosi e violenti. Complice è la famiglia di chi consente a ragazzini di girare con i coltelli ma è complice anche una famiglia, magari ignara del fatto che il figlio possieda un coltello, che non vigila, non conosce, non limita e non impone delle regole.


Alle famiglie mi sento di dire questo: ognuno deve poter camminare con le proprie gambe ma prima quelle gambe devono essere abbastanza forti per poter reggere il peso dell’individuo e del suo bagaglio.